lunedì 22 giugno 2015
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mercoledì 10 giugno 2015
La voce dei colori!
Una vita di colori, suoni e sorrisi di bambini, quella di Jorge Lujan che abbiamo già conosciuto nei post precedenti.
In occasione della vincita del Premio Andersen 2015 come miglior albo illustrato Oh i colori!, ho avuto il piacere di intervistarlo.
Che cosa ha significato per te il
premio Andersen?
Il premio per me è come un abbraccio
dell'Italia, è una doppia gioia vedere che apre le sue braccia a
poemi che ho scritto con il cuore.
E' il mio terzo libro qui.
I miei libri sono poemi che
generalmente non si è abituati a leggere, a differenza dei romanzi.
Sono poemi con cui ho cercato di
toccare un po' l'anima dei colori.
Io faccio tutto nel tempo non nello
spazio, ho bisogno di un tempo elastico per arrivare alle parole
precise, parole che mi dicono più di quello che chiedo loro.
Posso avere qualche idea mentre scrivo,
ma se quello che leggo dopo è esattamente quello che avevo in testa,
è quasi sicuro che lo butto via, non mi piace, non serve, perché
non c'è un'esperienza di trasformazione personale nell'atto della
scrittura.
Tutto questo è stato possibile grazie
al contributo di tutti coloro che hanno collaborato:
il mio amico Piet Grobler, la
traduzione di Teresa Porcella, l'edizione attenta di Lapis.
L'idea principale che ha ispirato
questo libro quale è stata?
Quando ero piccolo
mi piaceva moltissimo dipingere.
Durante la mia
prima professione di architetto, i disegni da presentare ai clienti
li facevo quasi tutti io, perché mi piaceva disegnare.
La relazione con i
colori è nata in me da sempre.
Avevo la speranza
di trovare parole capaci di far trasparire quello che i colori
nascondevano.
Nel tempo ti
dicevo, perché avevo fatto una decina di poemi dopo tanti altri, li
ho buttati via quasi tutti. Alcuni avevano una promessa forte nella
sostanza.
Sentivo un fiume
sonoro che era come una sorgente pronta a partire, ma non sempre
trovava il modo di far emergere la roccia che manteneva saldo il suo
posto.
Finalmente sono
arrivato a questi undici poemi e mi è successa una cosa che si è
ripetuta altre volte nella mia vita, il colore che mi piace di più,
il turchese, non sono riuscito a scriverlo.
Mi sembrava sempre
che quello che scrivevo non era sufficientemente bello come il
colore.
Alla fine l'ho
scritto, ma il libro era finito.
C'è una relazione
vitale con i colori: ad esempio con il rosa il profumo; con l'arancio
il sapore; con il rosso il suono e il canto.
Sempre sono
diverse le cose che motivano la connessione con i colori, con il
verde è la trasformazione, il movimento, la possibilità di
diventare tutto.
Quindi anche la musica è un fattore
fondamentale nel tuo lavoro.
Si, la musica in
doppio senso: prima di tutto la musica contenuta nei poemi con le
allitterazioni, le rime, le onomatopee o le interiezioni.
Parlare di un
suono con un'immagine sonora.
Ci sono tanti modi
perché il suono sia presente.
Ho sempre una
tentazione fortissima a mettere nei miei poemi una sonorità per
trasformarli in canzoni.
Pensavo che i
colori fossero impossibili da musicare perché dovevano avere una
struttura strofica regolare.
Ma poi, ogni poema
aveva una struttura propria che rispettava regole.
In quello che
scrivo ci sono sempre regole particolari che sono date allo stesso
tempo dal poema. Rispetto molto questo perché penso che la struttura
sia il motivo per cui non cade e può vivere.
Dopo aver
conosciuto Teresa, un giorno in Argentina mentre parlavamo per Skype,
le raccontavo che ogni giorno una o due canzoni dei colori venivano a
trovarmi.
E ora con una
gioia molto forte, ho trovato un modo diverso: lasciarmi andare
completamente con ognuno dei poemi, scoprendo che le canzoni erano
già lì, abitavano dentro di me, dovevo solamente ascoltare con
attenzione.
Quando l'ho fatto
è stato uno dei momenti più felici della mia vita di musico.
Un poema al giorno
e in poco più di una settimana il lavoro era finito.
Adesso abbiamo il
progetto con l'editore Lapis nella prossima edizione di accompagnare
Oh i colori! a un cd bilingue, e per questa idea li ringrazio
moltissimo, perché i piccoli lettori hanno la possibilità senza
conoscere lo spagnolo di sentirne il suono.
Penso che
l'affettività sia la cosa più importante nella vita, allora per un
bambino sentire un'altra lingua e portarla nel cuore, significa
lasciare una finestra aperta per imparare e parlare una lingua che è
sorella dell'italiano.
I bambini sono un aspetto molto
importante nella tua carriera. Cosa ti ha spinto a lavorare con loro?
Guarda penso che
in tutta la mia vita mi sono sempre piaciuti molto i bambini.
Forse ci sono
state tre situazioni, che sono state per me miracolose.
La prima di tutte
è l'epoca rivoluzionaria in Argentina, quando io scrivevo canzoni
molto combattive e forti con cui avevo la speranza di una
trasformazione sociale. Ero parte di un movimento che si chiamava
Canto Popular de Cordova che aveva una condizione sociale molto
forte.
Io scrivevo per
giovani e adulti quando è arrivato nelle mie mani un libro scritto
per bambini di una scuola dove avevano dei laboratori di poesia. Non
potevo credere a quello che stavo vedendo, mi piaceva così tanto che
cominciai a musicare questi poemi.
Dopo feci uno
spettacolo girando per l'Argentina con queste canzoni.
Molto tempo dopo
in Messico studiai letteratura.
Durante uno
spettacolo che stava presentando un teatro molto grande ho chiesto se
alcuni bambini volessero partecipare a un laboratorio di poesia.
Sedici bambini con i genitori accettarono. Alcuni erano piccolissimi.
Tornando a casa una bambina chiese a sua mamma: “Mamma io voglio
andare al laboratorio con Jorge, ma dimmi che cosa è la poesia?”
Io ero il suo
cantante per questo voleva partecipare ma dopo, questi bambini
decisero di restare.
Pensavo tre mesi,
in tre mesi una volta alla settimana, più o meno dodici lezioni
posso parlare di qualcosa. Ma dopo non volevano più andare via e il
corso è durato ben cinque anni, ed ho imparato tanto da loro.
Ho imparato cosa
mi interessa della letteratura: quello che non esiste prima di
scriverlo, quello che non puoi immaginare prima di leggerlo.
Se non accade, pur
rimanendo interessante, lo leggi al mare, non lo definisco passione.
Mi piace trovare
le parole e l'esperienza che mi ha dato la ricerca, un'esperienza
molto trasformativa e con i bambini succede tutto il tempo, ma solo
quando la relazione con loro non sia di quello che conosce, quello
che sa e loro, gli ignoranti che vengono ad apprendere da te. Non è
così davvero, questo può esserlo per la matematica, la storia, la
geografia, ma nella poesia no, perché hanno una capacità naturale
interiore, la cosa importante è svilupparla. Una delle possibilità
per farlo è leggere loro poemi di grandissimi poeti, i più grandi,
non necessariamente che scrivino per bambini.
La scelta deve
rispettare due regole: ti deve piacere, e deve capirsi qualcosa.
Se i bambini sono
capaci di leggerlo glielo dai e lo leggono loro, ma tu leggi solo
quello che davvero ti tocca il cuore, perché questo fa la
connessione.
Allora per me in
sintesi i bambini sono stati i miei professori più grandi.
La mia terza
esperienza decisiva sono i miei figli: mio figlio che adesso ha 25
anni e mia figlia 22, ma quando erano piccolissimi imparavano piccoli
poemi di grandi poeti e quando io volevo un'opinione critica
semplicemente leggevo.
Un'esperienza
formidabile fu con mia figlia quando aveva 7 anni. Andava tutto il
tempo in giro a correre senza mai fermarsi.
Da tre o quattro
anni avevo uno dei miei poemi, che mi sembra sia stato l'apice di
quello che potevo scrivere, ma non trovavo un finale accorde con le
promesse del poema.
Perciò non lo
pubblicavo, mi dicevo no questo se non lo trovo va via, perché non
si può distruggere tutta questa introduzione con un finale mediocre.
Un giorno mi
sembrava buono, quello dopo non era male, ma non era quello che
volevo.
E' come quando
vedi un fiore che comincia ad aprirsi come una rosa e dopo è un
fiore qualunque. Così un giorno lo trovai. Non avevo mai letto il
poema a Nicole.
“Nicole, puoi
ascoltare un poema?”
“Si papi”
restando nella posizione sempre pronta a correre.
Glielo lessi e
lei: “Che bello papà tranne il finale”
Io volevo morire
ma allo stesso tempo sapevo che aveva ragione, è sempre stato così.
I bambini non
hanno bisogno di spiegare se non tocca il cuore, non va.
Loro sono stati i tuoi professori.
Cosa ti hanno insegnato?
Che l'esperienza
con le parole è imprevedibile e che può arrivare con suoni che non
sapevi esistessero prima.
In quel
laboratorio di cinque anni molti bambini erano figli di esiliati
argentini, dell' uruguay e del cile. Era l'epoca della dittatura, per
questo io stavo in Messico. E uno dei bambini in un poema ha chiesto
aiuto. Chi può aiutarlo contro i militari?Al di là dei genitori o
di Dio?
Sai a chi pensò
questo bambino?
A Dracula. Lui ha
scritto: “Dracula muerde alla muche dumbre milicia” (Dracula
mordi la folla di militari).
Un suono
incredibile, mai un poeta adulto scriverebbe questo, impossibile, può
scrivere una cosa bella, ma questo non è solo bello, è
originalissimo. Perché fresco.
Una freschezza che
ho cercato di imparare tanto da loro.
Io intendo fuggire
dalla solennità che generalmente non mi piace.
Su che cosa
possiamo essere solenni? Sull'idea di Dio? Sulla morte forse, ma
anche se noi parliamo della morte in un altro modo non è necessario,
tanto si è scritto del dolore.
Con i bambini ho
visto la possibilità di includere la luce e l'aria per continuare a
respirare e a vivere bene.
Perché vivere in
un costante dolore, quando con i bambini non facevo che ridere?
Ad esempio
un'altra volta una bambina aveva scritto: “Io guido al volcan a
sustado de simisto” (Io guido il vulcano che ha paura di se
stesso).
Forse parlava dei
genitori, chi può saperlo.
I loro poemi non
hanno una sola interpretazione, altra cosa fondamentale è far aprire
il testo come si apre il giorno, con tutti i suoi cambiamenti, per
questo è interessante.
Se tutto fosse
uguale o piatto sarebbe una tristezza, sarebbe la morte, sarebbe
quello che non ha altra possibilità.
Ho imparato
un'altra cosa da loro: non si può mai dire questo non serve, tutto
può servire anche il peggio può diventare interessante.
Questa freschezza, questa creatività
naturale spesso la perdiamo nell'istruzione, nella scuola perché ci
danno un po' tutto da imparare in maniera molto scientifica, poco
creativa, poco letteraria. Tu ti confronti anche con ragazzi più
grandi all'università. Come ti approcci con loro?
Cerco prima di
tutto strumenti più oggettivi possibili per creare, valutare e
correggere. Se non posso condividere con loro strumenti con una forza
oggettiva, non è produttivo per coloro che desiderano creare.
Inoltre mi
concentro molto nella pratica, penso che ci siano tanti bellissimi
libri sulla letteratura di Dante, quella medievale. Ma esiste e si
può trovare. A molti piace fare lezione con questo, quello che
voglio condividere io è quello di cui avevo bisogno quando ero
studente: una o molte traccie, per trovare me stesso e avanzare, per
trovare un'espressione personale, un punto di vista con cui
identificarsi.
Questo è l'
importante, non abbiamo bisogno di avere un professore con un
discorso bellissimo e dei dati enciclopedici. Va bene, non dico di
no, ma la cosa principale non è far vedere agli altri quanto sai,
altrimenti tornano a casa e si sentono peggio perché si chiedono se
sono pazzi di fronte a un uomo o ai grandi poeti che hanno fatto di
tutto.
Cosa potrebbe fare
uno studente? Meglio fare il tassista e dedicarsi alla lettura. Non è
male si può fare, ma se tu hai un desiderio fortissimo di scrivere
meglio imparare come percorrere il cammino per arrivare a essere un
autore e, come continuare ad essere sempre un apprendista, uno che
non si crede di essere arrivato. Perché siamo sempre in cammino, è
vitale e penso che da un significato profondo al nostro lavoro.
![]() |
| "Quando il poeta trova il suo stile, ciao poesia" Octavio Paz, poeta messicano, Premio Nobel. |
E' sempre una
costante ricerca.
Questo è quello
che mi interessa fare all'università.
Io stesso come
tanti altri ho vissuto un'esperienza frustrante a scuola, e non è
responsabilità diretta dei professori perché qualche volta non
hanno una conoscenza diversa. Hanno imparato verticalmente e
continuano le loro lezioni verticalmente senza un movimento o uno
scambio.
Anche un'ultima
cosa per chiudere: un problema gravissimo della società, forse di
quasi tutte le possibilità organizzative dell'umanità, è la
richiesta di riproduttori non di produttori. Perché colui che
produce può anche produrre una direzione diversa e portarti via.
Ma la vita è
produrre non ripetere, è creare non ripetere.
Creare qualcosa di
nuovo altrimenti non siamo più un individuo, siamo semplicemente una
parte di un motore.
Il problema
dell'insegnamento è gravissimo.
L'unica libertà
che hai è la libertà d'imparare quello che ti dicono di imparare.
Non puoi domandare, cambiare, proporre un'altra cosa.
Lo si nota anche
in tutte le decisioni politiche nazionali e internazionali.
I bambini non
contano, i giovani non contano, solo quando possono mettere un voto a
18 anni, ma contano per il voto, perché così il presidente diventa
tale.
Mi sembra o almeno
spero, che un giorno ci sarà uno spazio per la voce dei bambini.
“Cosa pensano
sull'integrazione europea?” “No, i bambini non possono pensare
perché sono esseri in formazione.”
“Sai una cosa?
Anche tu, anche noi, siamo tutti esseri in formazione.”
La loro esperienza
è più breve, ma il loro spirito, il loro cuore è molto più sano
del nostro. Ci sono tante cose che si possono imparare dai bambini ma
nessuno li lascia parlare.
Io immagino un
mondo, o forse una nazione, o forse una città dove la parola dei
bambini avrà uno spazio e ci sarà chi li ascolterà, allora forse
si giungerà a soluzioni molto diverse per l'umanità.
Non so se tu c'eri
quando raccontavo di una bambina che a scuola le dicevano “ a tu
sei un poeta, non hai un poema sulla scuola?”
Ce l'aveva, e dopo
averlo letto tutti volevano sparire: “Escuela casa invisible que te
mete nella cabeza un faro di humo” (scuola, una casa che non esiste
che ti mette nella testa una luce di fumo).
La bambina non
poteva spiegare il significato, ma meglio così, perché se spieghi
la poesia, la uccidi.
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