mercoledì 10 giugno 2015

La voce dei colori!

Una vita di colori, suoni e sorrisi di bambini, quella di Jorge Lujan che abbiamo già conosciuto nei post precedenti. 
In occasione della vincita del Premio Andersen 2015 come miglior albo illustrato Oh i colori!, ho avuto il piacere di intervistarlo.



Che cosa ha significato per te il premio Andersen?

Il premio per me è come un abbraccio dell'Italia, è una doppia gioia vedere che apre le sue braccia a poemi che ho scritto con il cuore.
E' il mio terzo libro qui.
I miei libri sono poemi che generalmente non si è abituati a leggere, a differenza dei romanzi.
Sono poemi con cui ho cercato di toccare un po' l'anima dei colori.
Io faccio tutto nel tempo non nello spazio, ho bisogno di un tempo elastico per arrivare alle parole precise, parole che mi dicono più di quello che chiedo loro.
Posso avere qualche idea mentre scrivo, ma se quello che leggo dopo è esattamente quello che avevo in testa, è quasi sicuro che lo butto via, non mi piace, non serve, perché non c'è un'esperienza di trasformazione personale nell'atto della scrittura.
Tutto questo è stato possibile grazie al contributo di tutti coloro che hanno collaborato:
il mio amico Piet Grobler, la traduzione di Teresa Porcella, l'edizione attenta di Lapis.



L'idea principale che ha ispirato questo libro quale è stata?

Quando ero piccolo mi piaceva moltissimo dipingere.
Durante la mia prima professione di architetto, i disegni da presentare ai clienti li facevo quasi tutti io, perché mi piaceva disegnare.
La relazione con i colori è nata in me da sempre.
Avevo la speranza di trovare parole capaci di far trasparire quello che i colori nascondevano.
Nel tempo ti dicevo, perché avevo fatto una decina di poemi dopo tanti altri, li ho buttati via quasi tutti. Alcuni avevano una promessa forte nella sostanza.
Sentivo un fiume sonoro che era come una sorgente pronta a partire, ma non sempre trovava il modo di far emergere la roccia che manteneva saldo il suo posto.
Finalmente sono arrivato a questi undici poemi e mi è successa una cosa che si è ripetuta altre volte nella mia vita, il colore che mi piace di più, il turchese, non sono riuscito a scriverlo.
Mi sembrava sempre che quello che scrivevo non era sufficientemente bello come il colore.
Alla fine l'ho scritto, ma il libro era finito.
C'è una relazione vitale con i colori: ad esempio con il rosa il profumo; con l'arancio il sapore; con il rosso il suono e il canto.
Sempre sono diverse le cose che motivano la connessione con i colori, con il verde è la trasformazione, il movimento, la possibilità di diventare tutto.



Quindi anche la musica è un fattore fondamentale nel tuo lavoro.

Si, la musica in doppio senso: prima di tutto la musica contenuta nei poemi con le allitterazioni, le rime, le onomatopee o le interiezioni.
Parlare di un suono con un'immagine sonora.
Ci sono tanti modi perché il suono sia presente.
Ho sempre una tentazione fortissima a mettere nei miei poemi una sonorità per trasformarli in canzoni.
Pensavo che i colori fossero impossibili da musicare perché dovevano avere una struttura strofica regolare.
Ma poi, ogni poema aveva una struttura propria che rispettava regole.
In quello che scrivo ci sono sempre regole particolari che sono date allo stesso tempo dal poema. Rispetto molto questo perché penso che la struttura sia il motivo per cui non cade e può vivere.
Dopo aver conosciuto Teresa, un giorno in Argentina mentre parlavamo per Skype, le raccontavo che ogni giorno una o due canzoni dei colori venivano a trovarmi.
E ora con una gioia molto forte, ho trovato un modo diverso: lasciarmi andare completamente con ognuno dei poemi, scoprendo che le canzoni erano già lì, abitavano dentro di me, dovevo solamente ascoltare con attenzione.
Quando l'ho fatto è stato uno dei momenti più felici della mia vita di musico.
Un poema al giorno e in poco più di una settimana il lavoro era finito.
Adesso abbiamo il progetto con l'editore Lapis nella prossima edizione di accompagnare Oh i colori! a un cd bilingue, e per questa idea li ringrazio moltissimo, perché i piccoli lettori hanno la possibilità senza conoscere lo spagnolo di sentirne il suono.
Penso che l'affettività sia la cosa più importante nella vita, allora per un bambino sentire un'altra lingua e portarla nel cuore, significa lasciare una finestra aperta per imparare e parlare una lingua che è sorella dell'italiano.



I bambini sono un aspetto molto importante nella tua carriera. Cosa ti ha spinto a lavorare con loro?

Guarda penso che in tutta la mia vita mi sono sempre piaciuti molto i bambini.
Forse ci sono state tre situazioni, che sono state per me miracolose.
La prima di tutte è l'epoca rivoluzionaria in Argentina, quando io scrivevo canzoni molto combattive e forti con cui avevo la speranza di una trasformazione sociale. Ero parte di un movimento che si chiamava Canto Popular de Cordova che aveva una condizione sociale molto forte.
Io scrivevo per giovani e adulti quando è arrivato nelle mie mani un libro scritto per bambini di una scuola dove avevano dei laboratori di poesia. Non potevo credere a quello che stavo vedendo, mi piaceva così tanto che cominciai a musicare questi poemi.
Dopo feci uno spettacolo girando per l'Argentina con queste canzoni.
Molto tempo dopo in Messico studiai letteratura.
Durante uno spettacolo che stava presentando un teatro molto grande ho chiesto se alcuni bambini volessero partecipare a un laboratorio di poesia. Sedici bambini con i genitori accettarono. Alcuni erano piccolissimi. Tornando a casa una bambina chiese a sua mamma: “Mamma io voglio andare al laboratorio con Jorge, ma dimmi che cosa è la poesia?”
Io ero il suo cantante per questo voleva partecipare ma dopo, questi bambini decisero di restare.
Pensavo tre mesi, in tre mesi una volta alla settimana, più o meno dodici lezioni posso parlare di qualcosa. Ma dopo non volevano più andare via e il corso è durato ben cinque anni, ed ho imparato tanto da loro.
Ho imparato cosa mi interessa della letteratura: quello che non esiste prima di scriverlo, quello che non puoi immaginare prima di leggerlo.
Se non accade, pur rimanendo interessante, lo leggi al mare, non lo definisco passione.
Mi piace trovare le parole e l'esperienza che mi ha dato la ricerca, un'esperienza molto trasformativa e con i bambini succede tutto il tempo, ma solo quando la relazione con loro non sia di quello che conosce, quello che sa e loro, gli ignoranti che vengono ad apprendere da te. Non è così davvero, questo può esserlo per la matematica, la storia, la geografia, ma nella poesia no, perché hanno una capacità naturale interiore, la cosa importante è svilupparla. Una delle possibilità per farlo è leggere loro poemi di grandissimi poeti, i più grandi, non necessariamente che scrivino per bambini.
La scelta deve rispettare due regole: ti deve piacere, e deve capirsi qualcosa.
Se i bambini sono capaci di leggerlo glielo dai e lo leggono loro, ma tu leggi solo quello che davvero ti tocca il cuore, perché questo fa la connessione.
Allora per me in sintesi i bambini sono stati i miei professori più grandi.
La mia terza esperienza decisiva sono i miei figli: mio figlio che adesso ha 25 anni e mia figlia 22, ma quando erano piccolissimi imparavano piccoli poemi di grandi poeti e quando io volevo un'opinione critica semplicemente leggevo.
Un'esperienza formidabile fu con mia figlia quando aveva 7 anni. Andava tutto il tempo in giro a correre senza mai fermarsi.
Da tre o quattro anni avevo uno dei miei poemi, che mi sembra sia stato l'apice di quello che potevo scrivere, ma non trovavo un finale accorde con le promesse del poema.
Perciò non lo pubblicavo, mi dicevo no questo se non lo trovo va via, perché non si può distruggere tutta questa introduzione con un finale mediocre.
Un giorno mi sembrava buono, quello dopo non era male, ma non era quello che volevo.
E' come quando vedi un fiore che comincia ad aprirsi come una rosa e dopo è un fiore qualunque. Così un giorno lo trovai. Non avevo mai letto il poema a Nicole.
“Nicole, puoi ascoltare un poema?”
“Si papi” restando nella posizione sempre pronta a correre.
Glielo lessi e lei: “Che bello papà tranne il finale”
Io volevo morire ma allo stesso tempo sapevo che aveva ragione, è sempre stato così.
I bambini non hanno bisogno di spiegare se non tocca il cuore, non va.



Loro sono stati i tuoi professori. Cosa ti hanno insegnato?

Che l'esperienza con le parole è imprevedibile e che può arrivare con suoni che non sapevi esistessero prima.
In quel laboratorio di cinque anni molti bambini erano figli di esiliati argentini, dell' uruguay e del cile. Era l'epoca della dittatura, per questo io stavo in Messico. E uno dei bambini in un poema ha chiesto aiuto. Chi può aiutarlo contro i militari?Al di là dei genitori o di Dio?
Sai a chi pensò questo bambino?
A Dracula. Lui ha scritto: “Dracula muerde alla muche dumbre milicia” (Dracula mordi la folla di militari).
Un suono incredibile, mai un poeta adulto scriverebbe questo, impossibile, può scrivere una cosa bella, ma questo non è solo bello, è originalissimo. Perché fresco.
Una freschezza che ho cercato di imparare tanto da loro.
Io intendo fuggire dalla solennità che generalmente non mi piace.
Su che cosa possiamo essere solenni? Sull'idea di Dio? Sulla morte forse, ma anche se noi parliamo della morte in un altro modo non è necessario, tanto si è scritto del dolore.
Con i bambini ho visto la possibilità di includere la luce e l'aria per continuare a respirare e a vivere bene.
Perché vivere in un costante dolore, quando con i bambini non facevo che ridere?
Ad esempio un'altra volta una bambina aveva scritto: “Io guido al volcan a sustado de simisto” (Io guido il vulcano che ha paura di se stesso).
Forse parlava dei genitori, chi può saperlo.
I loro poemi non hanno una sola interpretazione, altra cosa fondamentale è far aprire il testo come si apre il giorno, con tutti i suoi cambiamenti, per questo è interessante.
Se tutto fosse uguale o piatto sarebbe una tristezza, sarebbe la morte, sarebbe quello che non ha altra possibilità.
Ho imparato un'altra cosa da loro: non si può mai dire questo non serve, tutto può servire anche il peggio può diventare interessante.



Questa freschezza, questa creatività naturale spesso la perdiamo nell'istruzione, nella scuola perché ci danno un po' tutto da imparare in maniera molto scientifica, poco creativa, poco letteraria. Tu ti confronti anche con ragazzi più grandi all'università. Come ti approcci con loro?

Cerco prima di tutto strumenti più oggettivi possibili per creare, valutare e correggere. Se non posso condividere con loro strumenti con una forza oggettiva, non è produttivo per coloro che desiderano creare.
Inoltre mi concentro molto nella pratica, penso che ci siano tanti bellissimi libri sulla letteratura di Dante, quella medievale. Ma esiste e si può trovare. A molti piace fare lezione con questo, quello che voglio condividere io è quello di cui avevo bisogno quando ero studente: una o molte traccie, per trovare me stesso e avanzare, per trovare un'espressione personale, un punto di vista con cui identificarsi.
Questo è l' importante, non abbiamo bisogno di avere un professore con un discorso bellissimo e dei dati enciclopedici. Va bene, non dico di no, ma la cosa principale non è far vedere agli altri quanto sai, altrimenti tornano a casa e si sentono peggio perché si chiedono se sono pazzi di fronte a un uomo o ai grandi poeti che hanno fatto di tutto.
Cosa potrebbe fare uno studente? Meglio fare il tassista e dedicarsi alla lettura. Non è male si può fare, ma se tu hai un desiderio fortissimo di scrivere meglio imparare come percorrere il cammino per arrivare a essere un autore e, come continuare ad essere sempre un apprendista, uno che non si crede di essere arrivato. Perché siamo sempre in cammino, è vitale e penso che da un significato profondo al nostro lavoro.

"Quando il poeta trova il suo stile, ciao poesia" Octavio Paz, poeta messicano, Premio Nobel.

E' sempre una costante ricerca.
Questo è quello che mi interessa fare all'università.
Io stesso come tanti altri ho vissuto un'esperienza frustrante a scuola, e non è responsabilità diretta dei professori perché qualche volta non hanno una conoscenza diversa. Hanno imparato verticalmente e continuano le loro lezioni verticalmente senza un movimento o uno scambio.
Anche un'ultima cosa per chiudere: un problema gravissimo della società, forse di quasi tutte le possibilità organizzative dell'umanità, è la richiesta di riproduttori non di produttori. Perché colui che produce può anche produrre una direzione diversa e portarti via.
Ma la vita è produrre non ripetere, è creare non ripetere.
Creare qualcosa di nuovo altrimenti non siamo più un individuo, siamo semplicemente una parte di un motore.
Il problema dell'insegnamento è gravissimo.
L'unica libertà che hai è la libertà d'imparare quello che ti dicono di imparare. Non puoi domandare, cambiare, proporre un'altra cosa.
Lo si nota anche in tutte le decisioni politiche nazionali e internazionali.
I bambini non contano, i giovani non contano, solo quando possono mettere un voto a 18 anni, ma contano per il voto, perché così il presidente diventa tale.
Mi sembra o almeno spero, che un giorno ci sarà uno spazio per la voce dei bambini.
“Cosa pensano sull'integrazione europea?” “No, i bambini non possono pensare perché sono esseri in formazione.”
“Sai una cosa? Anche tu, anche noi, siamo tutti esseri in formazione.”
La loro esperienza è più breve, ma il loro spirito, il loro cuore è molto più sano del nostro. Ci sono tante cose che si possono imparare dai bambini ma nessuno li lascia parlare.
Io immagino un mondo, o forse una nazione, o forse una città dove la parola dei bambini avrà uno spazio e ci sarà chi li ascolterà, allora forse si giungerà a soluzioni molto diverse per l'umanità.
Non so se tu c'eri quando raccontavo di una bambina che a scuola le dicevano “ a tu sei un poeta, non hai un poema sulla scuola?”
Ce l'aveva, e dopo averlo letto tutti volevano sparire: “Escuela casa invisible que te mete nella cabeza un faro di humo” (scuola, una casa che non esiste che ti mette nella testa una luce di fumo).
La bambina non poteva spiegare il significato, ma meglio così, perché se spieghi la poesia, la uccidi.